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venerdì 21 novembre 2008
 
 
art.16 - Giuseppe Toaldo PDF Print E-mail

da "Il Giornale di Vicenza" di mercoledì 14 novembre 2007

Giuseppe Toaldo, il figlio delle stelle - di Marta Malengo
 

150 ANNI DOPO GALILEO. La Serenissima deliberò la costruzione dell'osservatorio astronomico patavino. La realizzazione della Specola fu affidata a due vicentini ...

“La più sublime, la più nobile tra le fisiche scienze ella è senza dubbio l’astronomia. L’uomo s’innalza per mezzo di essa come al di sopra di sé medesimo, e giunge a capire la causa dei fenomeni più straordinari”. Il poeta in questione è Giacomo Leopardi nell’introduzione alla “Storia della Astronomia”.
Non è un caso che il significato etimologico di astronomia sia “leggi delle stelle”, ovvero di quei pianeti così lontani e così misteriosi dai quali l’uomo è irrimediabilmente attratto. Uno dei più meritevoli studiosi della sfera celeste è un vicentino originario di Marostica, Giuseppe Toaldo, professore dell’università di Padova incaricato nel 1761 dalla Repubblica di Venezia di progettare la Specola, l’osservatorio astronomico patavino, che fece edificare sull’antica Torlonga del castello di Padova, nel Duecento prigione e sala di tortura per i nemici del tiranno Ezzelino III da Romano.
Vissuto nel pieno del Settecento, il secolo rivoluzionario per eccellenza sia in campo politico che culturale e industriale, Toaldo sviluppa le sue idee portatrici di modernità con una particolare e costante attenzione al linguaggio, il più chiaro possibile per essere compreso anche dai meno esperti. È infatti all’uomo comune, non certo allo scienziato, che si rivolge quando scrive “Della vera influenza degli astri, delle stagioni, e mutazioni di tempo” (1770). Un vero e proprio saggio meteorologico «applicato agli usi della agricoltura, medicina, nautica» che come l’autore stesso spiega nella prefazione «ho creduto meglio preferire la ricerca delle notizie più vicine all’uso e servigio della società in generale, e in particolare dei coltivatori, dei medici, dei commercianti». Dimostrando così che oltre al fascino per la materia c’è molto di più, soprattutto una particolare e doverosa attenzione dello studioso verso chi quelle dottrine, apparentemente tanto lontane e incomprensibili, deve metterle in pratica attraverso un lavoro spesso duro e impegnativo.
In tal modo l’astronomia, al di là della sua incontestabile attrattiva, diviene un aiuto indispensabile in molteplici campi, specie in un’epoca in cui non vi erano i consistenti aiuti che offre oggi la modernità. Nasce con questi intenti anche il Confronto delle stagioni coi principali prodotti della campagna, appendice alla Meteorologia applicata all’agricoltura (1787), che si presenta come un manualetto tascabile da avere sempre a portata di mano, e il curioso Metodo facile per descrivere gli orologi solari (1790), dedicato niente meno che “al nobilissimo giovinetto signor Giovanni Barbarigo patrizio veneto”.
Ma è con il celebre trattato l’“Astronomia de’ gentiluomini” (1797) che Toaldo conquista definitivamente la giusta popolarità. Anche in questo caso l’opera è dedicata ad un giovane nobile vicentino, Antonio Donà, la cui famiglia aveva abitato per generazioni il famoso e antico castello di MONTEGALDA. Interessante è ciò che gli scrive a proposito: «Servirà a dilatare le vostre idee sopra la grandezza del mondo, sopra le meravigliose opere, colle quali il Divin Creatore ha voluto spiegare i prodigi inesausti della sua infinita sapienza e potenza».
È infatti sempre ravvisabile un costante richiamo alla religione, mai completamente scissa dalla scienza, ma anzi ad essa imprescindibilmente legata in virtù dell’incontestabile fatto che non tutto si possa spiegare attraverso teorie, esperimenti e dottrine scientifiche. E forse sta proprio qui la chiave di tanto fascino: quell’enigma mai pienamente risolto, quella creazione che lascia aperti ancora tanti dubbi. Un mistero infinito, insomma, tanto quanto lo stesso universo ci appare.

 
 
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